Ieri ad Ancona è stato invitato Paolo Ruffini al festival della salute e come disability pride abbiamo espresso la nostra contrarietà.

26.09.2026

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO UNA NOSTA STAMPA DEL DISABILITY PRIDE MARCHE

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Venerdì 25 settembre, alla Mole Vanvitelliana, la terza edizione di "Extra Salute 2026 – Il Festival del Vivere Bene" ospiterà l'incontro "Restiamo Umani. Un viaggio tra psicologia, impresa e ironia per ritrovare presenza, comunità e futuro". L'incontro è promosso da Confartigianato. Parteciperanno Paolo Ruffini, Giuseppe Lavenia, presidente dell'Ordine degli Psicologi delle Marche, e Marco Pierpaoli, segretario di Confartigianato Ancona, Pesaro e Urbino.

Il Festival è sostenuto dal Comune e dalle istituzioni sanitarie. Secondo il Comune di Ancona, mette al centro "la salute come bene collettivo, la prevenzione e l'educazione". L'incontro con Ruffini è presentato come un momento di ascolto e confronto per costruire una comunità solida, consapevole e coesa. Proprio in virtù di questi temi contestiamo la scelta di affidare la riflessione a un ospite la cui rappresentazione della disabilità è fortemente criticata dalle stesse persone disabili.

Siamo fortemente contrariə e amareggiatə che la città abbia scelto di invitare Ruffini. E ciò avviene a meno di due settimane dal Disability Pride, svoltosi lo scorso 13 settembre ad Ancona, per la prima volta nelle Marche.

UNA NARRAZIONE ALL'INSEGNA DEGLI STEREOTIPI

Ruffini è attore, conduttore e produttore. Negli ultimi anni ha legato in modo significativo la propria attività pubblica e teatrale al tema della disabilità, prima con Up&Down e poi con Din Don Down – Alla ricerca di (D)io. Quest'ultimo è realizzato con la Compagnia Mayor Von Frinzius, per la regia di Lamberto Giannini.

In entrambi gli spettacoli gli attori disabili, la cui bravura non è in discussione, sono usati come strumenti narrativi per la crescita personale dello spettatore. La drammaturgia riproduce stereotipi fondati sul paternalismo e sull'inspiration porn. Con questa espressione l'attivista australiana Stella Young ha definito l'uso delle persone disabili come oggetti che servono a far sentire bene le persone non disabili.

Le persone con disabilità intellettiva, e in particolare le persone con sindrome di Down, vengono spogliate della propria complessità. Bontà, purezza, autenticità e spontaneità sono tratti individuali, ma vengono presentati come caratteristiche intrinseche della disabilità. Alla disabilità finiscono così per essere attribuite specifiche qualità morali.

Gli attori disabili diventano oggetti da consumare, sul piano emotivo ed educativo, per soddisfare i bisogni ispirazionali del pubblico non disabile, l'unico a cui gli spettacoli si rivolgono. La disabilità diventa l'espediente per costruire emozione, comicità, commozione, stupore e riflessione esistenziale: si ride, ci si commuove, si esce "migliori". L'effetto è preciso: lo spettatore guarda la disabilità prima della persona. Gli attori emozionano non per merito della loro interpretazione, ma perché sono disabili.

UNA PAROLA FILTRATA: IL FORMAT DELLE INTERVISTE

La stessa gerarchia si ritrova nelle interviste, diffuse in brevi estratti sui social e in versione integrale su YouTube. Ruffini è il conduttore, il regista, colui che pone le domande. Le persone con disabilità rispondono a domande che ha scelto lui.

Il format è presentato come uno spazio di "spontaneità" e di "libertà di parola". In realtà si rivela uno spazio filtrato e non alla pari: la voce delle persone disabili è inserita in una cornice dettata dalle scelte narrative di una persona non disabile. È Ruffini a selezionare ciò che il pubblico troverà interessante, commovente o divertente. Anche qui la presenza delle persone disabili serve a suscitare una reazione emotiva in chi guarda.

Come Disability Pride denunciamo in questi format la mancanza di agency per le persone con disabilità, alle quali non viene data la possibilità di scegliere di cosa parlare e di avere un ruolo attivo nel modo in cui viene raccontata la propria storia.

DARE LAVORO NON RENDE UNA NARRAZIONE CORRETTA

Alle critiche Ruffini risponde che gli attori sono pagati, che viene offerto loro un lavoro. Già lo scorso maggio la giornalista e attivista Valentina Tomirotti ha osservato che quegli spettacoli esercitano una «pressione emotiva verso le persone che non hanno disabilità rafforzando stereotipi invece che scardinarli». E ancora, con parole che condividiamo pienamente: «il lavoro, l'autonomia economica e le occasioni professionali sono fondamentali. Il punto però non è se le persone disabili lavorano. Il punto è come vengono raccontate e a beneficio di chi. Dare lavoro non rende automaticamente una narrazione corretta. Si può lavorare, divertirsi, essere contenti e allo stesso tempo essere inseriti in un immaginario paternalistico che riduce la complessità delle persone a buone, pure, speciali».

Scegliere attori disabili non basta a rendere una narrazione emancipatoria, né a garantire una relazione davvero paritaria. Bisogna chiedersi chi detiene la narrazione e quale rappresentazione della disabilità viene consegnata al pubblico. Bisogna chiedersi anche quale funzione svolgono le persone disabili e, soprattutto, a chi serve quella rappresentazione.

RIDERE CON, NON RIDERE DI

La disabilità non è uno spettacolo. Lo è stata nei freak show, oggi riconosciuti come pratiche lesive della dignità umana. C'è differenza tra scherzare sulle persone disabili e scherzare con loro. Quest'ultimo può senz'altro accadere, ma all'interno di relazioni autentiche e simmetriche, dove nessuna parte si trova in una posizione di superiorità sull'altra.

UNA QUESTIONE DI POTERE, CULTURA E RESPONSABILITÀ

Paolo Ruffini ha scelto di parlare di disabilità con la presunzione di poterlo fare senza conoscere né comprendere l'abilismo e senza aver messo in discussione il proprio sguardo e farsi accompagnare da chi ha decostruito il proprio.

Per questo ci opponiamo alla scelta di affidare a lui un momento di riflessione sulla persona e sulla comunità. La sua attività è oggetto di critiche fondate da parte di persone disabili che studiano la rappresentazione della disabilità. È anche al centro di un dibattito pubblico sul paternalismo e sull'inspiration porn, a cui partecipano anche persone non disabili alleate.

Enti e istituzioni hanno una forte responsabilità quando decidono chi invitare a parlare di un tema che richiede consapevolezza come la disabilità. Non scelgono semplicemente un ospite: contribuiscono a legittimare una determinata narrazione. La scelta del Comune di Ancona va nella direzione opposta a quella che abbiamo portato in piazza il 13 settembre.

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