LA PENA DI MORTE UCCIDE LE PERSONE, NON FERMA I CRIMINI

09.10.2026

Riceviamo e pubblichiamo una nota stampa di Riccardo Noury, Portavoce Amnesty International Italia

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il 30 settembre Christa Pike è sopravvissuta ad almeno 40 minuti di tentativi, da parte del personale addetto alle esecuzioni del Tennessee, di eseguire la sua condanna a morte. Per giorni ha lottato tra la vita e la morte: lo stato che voleva ucciderla sta ora cercando di salvarla. Ora, i suoi legali hanno fatto sapere che si è svegliata ed è tornata a parlare, anche se non è fuori pericolo: rimane a letto, legata, con una prognosi incerta, ancora in attesa di sapere se i legali riusciranno a far commutare la pena in ergastolo.

Christa Pike ha commesso un delitto orribile, oltre 31 anni fa, quando aveva da poco compiuto 18 anni. Avesse avuto qualche mese di meno, non sarebbe stata condannata alla pena capitale. La giuria non venne informata dell'infanzia terribile della ragazza: un crescendo di violenze, crudeltà, molestie, stupri dai 7 ai 18 anni, anche in famiglia.

Solo pochi mesi fa, il 21 maggio, un'altra esecuzione nel Tennessee era stata sospesa: quella di Tony Carruthers, dopo un'ora di vani tentativi di trovare la "vena buona". Già, perché negli Usa dal 1982 le condanne a morte vengono eseguite mediante l'iniezione letale: un metodo "pulito e indolore", ci dicono. La sofferenza di Christa Pike e di Tony Carruthers ha smentito nel modo più clamoroso questa narrazione.

È giunto il momento di smetterla di contestare singoli aspetti della pena di morte: la crudeltà, l'uso a scopo di repressione politica, l'arbitrarietà dei processi, la discriminazione.

È un sistema non riformabile: ovunque – dalla Cina all'Iran, dall'Arabia Saudita agli Usa – mostra il volto feroce dello stato. Va abolito ora e per sempre.




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